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Apr 0724

Intervista a Maurizio Cardaci

Pubblicato da Gianluca Riccio alle 08:21 in Interviste


Maurizio Cardaci è Ordinario di Psicologia della Personalità presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Palermo.  Oltre alla psicologia della personalità, la sua attività didattica comprende il corso di Fondamenti e Storia della Psicologia e  l’insegnamento specialistico di Scienze Cognitive. E’ Coordinatore del Dottorato di Ricerca in Psicologia (Dipartimento di Psicologia, Università di Palermo). Svolge ricerche interdi-sciplinari presso il Centro Interdipartimentale di Tecnologie della Conoscenza (Università di Palermo). I suoi principali filoni di ricerca riguardano il pensiero, le differenze individuali nei processi cognitivi, la percezione del tempo, i correlati psicologici delle nuove tecnologie digitali. E' autore di circa 150 pubblicazioni riportate in volumi, proceedings, riviste nazionali e internazionali.

 



Nel corso dell’evoluzione culturale, la nostra specie ha inventato tecnologie per amplificare le proprie limitate capacità sensoriali, motorie e cognitive. Sono così nati strumenti quali il microscopio o il cannocchiale (amplificatori sensoriali), la bicicletta, l’auto, l’aereo ecc. (amplificatori motori), la scrittura, la calcolatrice, ecc. (amplificatori cognitivi).

Da un punto di vista evoluzionistico, l’impatto della tecnologia è stato enorme. Come scrive Bruner (1966) “noi ci muoviamo, percepiamo e pensiamo in una maniera che dipende dalle tecniche piuttosto che da collegamenti presenti nel nostro sistema nervoso”. Non è quindi paradossale affermare che, se da un lato la tecnologia è un prodotto della mente umana, dall’altro la nostra intelligenza è il risultato dell’uso di strumenti.

Accanto alle suddette tecnologie tradizionali, esistono oggi le cosidette psicotecnologie. Queste, secondo la nota classificazione di De Kerckhove  (1998), includono radio, televisione e, soprattutto computer e internet, la cui "intelligenza connettiva" ingloba la mente individuale amplificando e interfacciando pensiero, linguaggio e comunicazione.

Da un punto di vista strettamente psicologico, per dirla con Zeleny (1985) le psicotecnologie sono “tecnologie superiori” che trasformano la natura dei compiti e la loro esecuzione, e consentono (o impongono) di “fare le cose in maniera differente e di fare cose differenti”.

Le caratteristiche più generali di ogni psicotecnologia sono due:

1) Lettura/scrittura: Per usare l’artefatto, dobbiamo apprendere ad interagire, “leggendone” i codici e le funzioni e “scrivendo” in esso le nostre operazioni.

2) Multi-funzionalità: A differenza di un utensile tradizionale (p.e. il martello), lo strumento psicotecnologico svolge una pluralità di funzioni (p.e. il cellulare consente di parlare, giocare, riprendere scene, prendere appunti, ascoltare musica, notizie, fare calcoli, ecc.).

E’ interessante notare che stiamo assistendo a rapidissimi processi di ibridazione fra tecnologie tradizionali e psicotecnologie: per esempio, l’auto è ormai sempre più spesso dotata di una varietà di funzioni psicotecnologie quali il computer di bordo, il controllo satellitare, il telefono..


Per non menzionare l’ormai ovvio binomio computer-internet, ritengo che un dispositivo a noi del tutto familiare, il telecomando Tv, meriti un posto di rilievo fra le tecnologie che hanno cambiato il nostro modo di percepire la realtà.

Nel caso in questione tale cambiamento è avvenuto in modo sottile ma non per questo meno radicale. Il controllo a distanza dei canali televisivi ha eliminato la necessità di entrare in contatto fisico diretto con lo strumento (il televisore) per regolarlo, conferendo una connotazione quasi magica allo zapping.

Il remote control ha inoltre inaugurato in tutti noi l’esercizio di quei continui “salti” nella nostra attenzione che da allora in poi sono entrati prepotentemente nella nostra esperienza quotidiana con il cellulare, il computer, la rete, ecc. Tali salti di attenzione sono simili al noto “effetto cocktail party”, che spiega come, quando sono in corso intorno a noi varie conversazioni, riusciamo a seguirne più di una simultaneamente (Cherry, 1953).

La pratica continua dello zapping attenzionale ci ha insegnato a rendere sempre più flessibili e veloci le nostre strategie cognitive; tuttavia, per esempio nei bambini, rischia di produrre seri effetti di labilità cognitiva e di influenzare negativamente la capacità di concentrazione mentale su un compito.

 

 



Si tratta di realtà che declinano le soggettività digitali in modi assai diversificati per caratteristiche e finalità.

 

A mio parere, ognuno di tali fenomeni richiederebbe una specifica analisi.

Direi comunque che il loro comune denominatore consiste nel rendere variabile e incerta la comune distinzione tra ciò che è “dentro” e ciò che è “fuori” di noi, tra mondo interno e mondo esterno.




Siamo ormai entrati nell’era della WebLife Generation.

 

Secondo recenti stime (2006) si tratta di giovani adulti (25-49 anni) con alto livello d’istruzione e reddito medio-alto che dedicano alla rete un tempo superiore alle 2 ore/giorno. Preferiscono i siti a comunicazione orizzontale e la condivisione di conoscenza (blog, forum, Skype, ecc.) e non disdegnano la lettura e l’aggiornamento politico-culturale.

Specialmente, ma non solo, per questa popolazione, Second Life (che cos'è?? >>) rappresenta un potente attrattore psicologico, perfettamente in linea con la più recente evoluzione psicotecnologica, quella che ha portato ad “internet portatile” (the portable internet). Diffuso accesso wireless, alta velocità, facile connettività (networking), consentono all’individuo di trasportare con sé, dovunque si trovi fisicamente, la propria “seconda vita” (residenza, attività, relazioni, ecc.).

Tramite Second Life l’individuo costruisce in sostanza una propria “sociabilità” (culturale, simbolica, affettiva) non solo virtuale, ma anche e soprattutto “portatile”, dunque essenzialmente centripeta. La socialità classica richiede un decentramento cognitivo del proprio punto di vista per assumere quello degli altri (Piaget). Invece, la sociabilità di Second Life, in quanto affidata ad una tecnologia portatile, è essenzialmente “ego-centrata” e può, secondo i diversi casi, essere benefica o distruttiva. In altre parole, può essere posta al “servizio dell’io” arricchendone i potenziali di sperimentazione e auto-regolazione, o può facilitarne l’alienazione e la frammentazione. 



Non si può escludere a priori alcuna possibilità.

Per alcuni individui intrecciare sempre nuove trame interattive nel mondo portatile della sociabilità virtuale può essere una strategia vincente di creatività, auto-riflessione e problem solving  emozionale.

Per altri potrebbe risolversi nel peggiore dei casi in una doppia fuga da se stessi: la seconda vita è utilizzata per evadere dalla prima e la prima per staccarsi dalla seconda…perciò lo psicologo del futuro dovrà anche essere ciber-psicologo, e viceversa.


Se l’avatar entrasse nella nostra carta d’identità, saremmo sottoposti non solo alla burocrazia reale, ma anche a quella virtuale. E’ un’eventualità molto kafkiana, dal mio punto di vista… assai poco desiderabile.

Peraltro l’avatar non è un segmento stabile e univoco della nostra identità anagrafica, ma è un insieme multiplo e metamorfico di forme e personalità, ciascuna delle quali  è simbolicamente indossabile secondo le situazioni, lo stato d’animo del momento ecc. (vedi ad esempio gli avatar di John Suler , in questo post splendido ed esauriente di Giulietta Capacchione su Psicocafè)


Benché siano strettamente intrecciate, distinguerei fra scienza (il cui scopo ultimo è fornire nuovi modelli conoscitivi del reale) e tecnologia (che si occupa dei bisogni sociali).  Per quanto riguarda la tecnologia, credo che sarà il settore delle nano-tecnologie quello dal quale dobbiamo aspettarci le maggiori innovazioni. Fra i regali delle nanotecnologie mi aspetto l’introduzione di nuovi efficaci farmaci e terapie, nonché l’invenzione di sistemi in grado di ridurre gli sprechi energetici. Penso inoltre che le nanotecnologie saranno sempre più impiegate nel settore della sicurezza e del controllo sociale e in questo caso non sarei del tutto certo che si tratti di “regali”.

 


Dalle risposte del Prof.Cardaci traggo una conclusione, forse giusta forse no: se il modello di Second Life è basato su una socialità sempre più "ego-centrica" e "portabile", l'effetto "psicotecnologico" di questo sistema è la percezione di un quadro relazionale nel quale, alla lunga, rischiano di cambiare (forse in negativo) i concetti chiave della socialità tradizionale: in particolare è la capacità di immedesimarsi nell'altro, l'empatia, a rischiare di piu'.

 

Se da un lato Second Life è una seconda possibilità di aprirci agli altri, è anche vero che potrebbe diventare un modo piu' elegante e avanzato di parlare da soli.

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