Il blog sul mondo che verrà

Ricordate Laura Boffi, la talentuosa ricercatrice italiana all'estero e il suo controverso progetto 'Having you in the hereafter'?
Si trattava di una Smart Dust da ingerire, contenente dei nanosensori che raccolgono i dati di tutta una vita e li registrano per mostrarli ai nostri cari quando non ci siamo più. La realizzazione, nata per stimolare un dibattito acceso sulla vita e la morte, sortì l'effetto desiderato: molto discussa, criticata in certi casi.
A due anni di distanza Laura prova a farci riflettere di nuovo con Bioistincts, un progetto che va alla ricerca del rapporto perduto tra la nostra società ipertecnologica e il concetto di 'morte', che da evento naturale si sta trasformando sempre di più in una idea repulsa, censurata, quasi abolita.
La sua speciale 'incubatrice' attraverso la quale i genitori futuri otterrebbero bambini totalmente bio-ingegnerizzati (vedete qualche foto nell'articolo) non mancherà di destare altro scalpore, e verrà presentata all'ISEA2009, il simposio internazionale sulle arti elettroniche (dal 23 Agosto al 1° Settembre).
Abbiamo intervistato Laura con la collaborazione del fondatore del sito 'decano' della comunità dei transumanisti, www.estropico.com . Le domande vertono sugli argomenti cari a questo gruppo, che auspica l'avvento sempre più massivo delle tecnologie nella vita dell'uomo, per aiutare quest'ultimo nel suo prossimo passaggio evolutivo e migliorarne caratteristiche e attesa di vita.
Qual'è il tuo background e da dove nasce il tuo interesse per il postumano - che hai esplorato con "Having you in the hereafter" e Bioistincts ?
Sono una progettista. Sin dalla prima infanzia ho avuto la fortuna di assistere quotidianamente agli interventi di design realizzati in tempo reale da parte di mia nonna e di mio padre, alle prese con i lavori dell’orto, del piccolo pollaio di famiglia e di manutenzione della casa.
Credo che quelle esperienze mi abbiano insegnato il significato di sostenibilità nel rapporto tra uomo e natura e l’importanza di mantenere gli interventi dell’uomo su ciò che lo circonda secondo una scala umana.
Le esperienze legate alla vita materiale della famiglia erano sempre mescolate a una buona dose di spiritualità e non si faceva troppa distinzione tra superstizione e religione. Credo che ancora adesso io sia alla ricerca di questa dimensione nascosta negli oggetti che progetto.
Tecnicamente, mi sono formata come designer prima al Politecnico di Torino, laureandomi in Disegno Industriale con la professoressa Claudia de Giorgi e poi alla Design Academy di Eindhoven, dove ho conseguito lo scorso giugno 2008 il Master in Design, programma Man and Humanity, sotto la direzione di Satyendra Pakhalè.
L’Università italiana mi ha dato forti basi metodologiche e tecniche e l’Olanda mi ha insegnato a mettere in discussione ogni aspetto del progetto, dal perchè sia rilevante portare avanti quel progetto specifico su cui stai lavorando alla genesi della forma dell’oggetto finale e alla scelta dei materiali con cui lo realizzi in officina.
Qualsiasi passo avanti fai durante l’evoluzione del progetto, esso deve sempre parlare del concept originario su cui stai lavorando, deve sempre contribuire a rafforzare la storia che vuoi comunicare con l’oggetto: questa è la lezione di conceptual design della Design Academy che porto con me.
Il mio interesse per il posthumano credo sia emerso nel momento in cui, lontana dalla famiglia per motivi di studio, mi sono ritrovata da sola ad affrontare argomenti che prima venivano gestiti a livello collettivo in famiglia o nella mia comunità di origine, in Ciociaria, nel Lazio.
Fondamentalmente credo che abbia iniziato a pensare alla possibilità di poter rimanere sola, di perdere le persone care e ho fatto di questa mia preoccupazione l’argomento di studio nel mio progetto “Having you in the hereafter”, sviluppato grazie all’importantissimo supporto dell’ insegnate Frans Parthesius.
Ho scoperto che progettare su un argomento come la morte ed il lutto mi aiutava a ricondurre a una scala umana ciò che altrimenti, alla sola idea, non riuscivo a gestire.
E’ stato divertente vedere come, a mano a mano che sviluppavo sia Having you in the hereafter che Bioinstincts descrivendo scenari ipotetici, le tecnologie innovative di cui introducevo usi alternativi venivano “addomesticate”, mostrando una certa empatia nella loro interazione con l’uomo.
Vedi la ricerca dell'immortalita' fisica, o quantomeno di aspettative di vita illimitate, come qualcosa di desiderabile e che vorresti ottenere per te stessa, o e' solo un tema che trovi intellettualmente stimolante?
Non ho mai pensato che l’immortalità fisica o aspettative di vita illimitate siano un futuro auspicabile, sia in piccola scala, ovvero in relazione a me e alle persone a me care, sia in grande scala in relazione alla specie umana facente parte di un ecosistema.
Trovo profondamente interessante come l’uomo, sin dall’inizio della sua storia, abbia cercato di affrontare il tema della morte, elaborando sia a livello personale che collettivo sistemi di valori, riti, culture materiali e mondi alternativi attorno ad esso.
In fondo io continuo ad interrogarmi sullo stesso argomento, ma essendo una designer, mi pongo la domanda come meglio mi è consentito elaborarla e comprenderla: attraverso un oggetto dotato di una forte fisicità e in grado di comunicare quel determinato significato.
In Having you in the hereafter, proponi delle strategie tecnologiche tese a gestire il lutto, ma nei prossimi anni potremmo aver bisogno di dover gestire il non-morire, grazie agli sviluppi della medicina. Si tratta di una prospettiva lontana, ma non impossibile, che e' da alcuni accolta con inquietudine. Come pensi gestiremo una situazione del genere?

Il tema del non-morire è proprio quello che ho affrontato nel progetto Bioinstincts. Nel progetto presento uno scenario in cui l’uomo, grazie agli sviluppi scientifici, inizia a vedere la morte non più come un dato biologico del suo appartenere alla specie umana, ma come una sciagura che può capitare allo sfortunato di turno a causa di un incidente occasionale.
In Bioinstincts, ho affrontato questa eventualità adottando due punti di vista opposti ed universali, nel senso che ho cercato di non basarmi nè sui miei valori personali nè su quelli di qualche particolare gruppo di persone che potessero rispecchiare un solo singolo approccio culturale.
Da una parte, mi sono chiesta come i genitori di un neonato potessero orientarsi di fronte alla possibilità di proteggere il loro bambino dalla morte (possa questo consistere nella bioingegneria dell’embrione) e dall’altra ho indagato cosa potesse comportare per l’ecosistema di cui facciamo parte se una specie vivente avesse il sopravvento sulle altre.
Se è naturale per i genitori tenere lontana la morte dal proprio bambino, l’equilibrio del nostro ecosistema, biologico e sociale, potrebbe collassare se una specie predominasse sulle altre. Il mio ruolo non è quello di stratega o politico, tantoppiù che il motivo per cui mi cimento in progetti del genere è fondamentalmente poter impiegare del tempo per riflettere sull’argomento e poi amplificare l’interrogativo attraverso un’installazione che possano vedere in molti.
Il mio ruolo è quello di designer, che deve proporre visioni positive per il futuro attraverso interventi responsabili e sostenibili. Il design deve essere etico per definizione perchè ha una risonanza globale.
Il mio approccio da designer mi ha consentito di evitare qualsiasi polarizzazione verso l’utopia o la distopia, ma piuttosto mi ha consentito di affrontare il problema creativamente, affrontandolo su più fronti e riformulando la domanda: come si fa ad evitare di stigmatizzare il progresso scientifico o al contrario osannarlo a-criticamente e al tempo stesso coniugare la ricerca umana di tenere lontana la morte dai propri cari con l’equilibrio tra le specie viventi?
La mia proposta mostra un uso alternativo della biotecnologia, che permette all’uomo di sviluppare gli istinti verso la morte accindentale così come gli animali ne hanno verso i pericoli e i predatori. E’ un uso culturale della biotecnologia poichè volto non a migliorare o curare il corpo, bensì a restituire all’uomo la consapevolezza della mortalità della specie umana a cui appartiene.
Infatti nello scenario ipotetico in cui il progetto è ambientato, la medicina potrebbe essere in grado di guarire l’uomo sino a renderlo tecnicamente immortale. L’avere o no gli istinti per la morte accindentale perciò non costituirebbe un cambiamento radicale in termini di “ascesa verso l’immortalità”, ma al contrario sarebbe determinante il suo effetto collaterale, ovvero il potere di rendere nuovamente consapevoli gli uomini del fatto di essere mortali.
Al tempo stesso, i genitori, optando per la bioingegnerizzazione dell’embrione, coniugherebbero la volontà di proteggere il loro bambino contro il rischio estremo di morte con un’azione etica nei confronti dell’intero ecosistema.
Quello che cerco di catalizzare nelle persone attraverso Bioinstincts è appunto un approccio collettivo basato sui valori umani che possa consigliare le future applicazioni scientifiche. Ci tengo a specificare ancora una volta che il progetto non aveva come scopo quello di rendere la specie umana invulnerabile alla morte poichè il progetto stesso era già ambientato in un futuro scenario in cui all’uomo era consentito di sopravvivere alle malattie grazie alla medicina rigenerativa.
Bioinstincts al contrario funziona come una sorta di rimedio biotecnologico per mitigare gli effetti culturali di una futura immortalità della specie umana.
A giudicare dalle tue opere, la crionica (conosciuta anche come ibernazione umana o criopreservazione) dovrebbe essere un tema interessante, per te. Che impressione ne hai e pensi che te ne occuperai?
Si, sono venuta a conoscenza della crionica mentre svolgevo le ricerche per i miei progetti. Ti dirò, non lo trovo affatto interessante, anzi, tutt’altro. Durante le mie ricerche circa le varie modalità su come diversi gruppi sociali intervenivano culturalmente sul corpo morti (cosiddette pratiche di tanato-metamorfosi), mi sono imbattuta in numerosi processi, a volte crudi e incomprensibili se non inquadrati nel loro contesto storico.
Ti faccio un esempio: i monaci tibetani Miira vanno incontro ad un processo di auto-mummificazione programmato già durante la loro vita. Iniziano a non mangiare fino a quando si seppelliscono vivi sperando che il loro corpo possa non corrompersi dopo la morte.
La loro aspirazione è quella di raggiungere l’immortalità del corpo con la mummificazione e se effettivamente dopo un certo numero di anni, in seguito alla loro riesumazione, vengono trovati intatti, saranno oggetto di venerazione.
Il modo in cui il corpo veniva preparato alla morte o all’adilà rispecchiava un particolare sistema di valori spirituali, attribuendo un grandissimo significato anche alla pratica che può risultarci più cruenta. La tanato-metamorfosi era segno corporeo di uno scambio metafisico tra la vita e la morte.
Al contrario, nella criopreservazione non riconosco nessun sistema culturale o valori spirituali se non un egoistico pensiero capitalistico alla base per cui, qualora la scienza lo rendesse possible, per te e solo per te (che hai potuto pagare) è consentito scongelarti dalla morte e vivere sino alla prossima glaciazione.
Quali altri artisti italiani o esteri consiglieresti a chi fosse interessato alla reazione del mondo dell'arte all'avvicinarsi del postumano?
Patricia Piccinini, australiana. Attraverso le sue sculture e i suoi disegni ci pone davanti al significato di natura e artificialità e ci propone possibili interazioni tra umani e creature geneticamente modificate. Sorprendentemente, le creature che ci mostra hanno molti aspetti in comune con noi esseri umani, tra cui la dolcezza e la vulnerabilità.
Allo scopo di misurare lo shock culturale delle nuove tecnologie, e' stata proposta una specie di scala Richter del future-shock (http://www.estropico.com/i d90.htm ) con livelli di future-shock da 0 a 4. Su questa scala le tecnologie il cui potenziale impatto hai esplorato con tue installazioni (biotecnologie, nanotecnologie) sarebbero di livello 3.
Pensi che ti occuperai degli scenari da future-shock di livello 4 quali la singolarita' tecnologica o i radicali modelli di esistenza postumani?
Non lo so e sinceramente non sono in grado di prevederlo. Di solito i miei progetti possono nascere o da riflessioni personali o da problematiche collettive.
Non punto allo shock culturale come scopo del progetto.
Non si direbbe, ma il mio portfolio da designer è anche costituito da progetti per il “mondo reale”, indirizzati a problemi con cui facciamo i conti durante la nostra vita quotidiana!
Hai una tua strategia longevista personale (terapie, diete, stili di vita longevisti, crionica/ibernazione, meditazione, monitoraggio, etc)?
No, ho uno di stile di vita regolare e nessuna strategia longevista personale.
In conclusione si evince come Fabio si stia occupando dei cambiamenti tecnologici che faranno compiere all'uomo un salto evolutivo verso scenari che potrebbero comprendere anche la sua immortalità (intesa come invulnerabilità alle malattie), mentre Laura si interroga su come cambierà la nostra cultura, quale approccio avremo nei confronti della nostra vita e del suo valore.
Fa davvero piacere vedere delle menti in movimento come le loro.
Futuroprossimo ringrazia e...la porta è sempre aperta per nuovi confronti!
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