Il blog sul mondo che verrà

Da tempo si avverte il sentore che alcuni cambiamenti sul nostro pianeta non dipendano più dalla Natura, ma abbiano una causa umana: siamo probabilmente i diretti responsabili di una mutazione nel clima e nella composizione del mondo animale, e non me ne vanterei troppo. D'altra parte, se analizziamo il rovescio della medaglia, la responsabilità che ci siamo assunti può portarci anche in direzioni decisamente più positive, a patto di dirigere la tecnologia verso risultati più etici e rispettosi del nostro pianeta e della vita che lo popola.
E per noi stessi, cosa potremo realizzare? "Evoluzione Autodiretta e futuro dell'uomo" è un convegno in programma Venerdì 11 Giugno allo splendido Sito Reale del Belvedere di San Leucio a Caserta.Ad organizzarlo (lo dico con orgoglio) è la Facoltà di Studi Politici Jean Monnet della Seconda Università di Napoli, in collaborazione con il Network H+ la rete dei Transumanisti italiani della quale fa parte anche Futuroprossimo.
Abbiamo pensato di fare due chiacchiere con uno dei docenti.
Giancarlo Stile è ricercatore presso la Seconda Università degli Studi di Napoli ed è docente presso la facoltà di Studi Politici "Jean Monnet" del medesimo Ateneo. Parallelamente si interessa alle tematiche legate al futuro dell'Uomo (anche sotto il profilo del mutamento sociale connesso alle innovazioni scientifiche e tecnologiche) da circa un decennio, ed è membro fondatore del Network H+. [http://www.transumanisti.org/], sezione italiana di Humanity+ [http://www.humanityplus.org/].
Cosa si intende per 'Evoluzione Autodiretta'?
Quando si parla di evoluzione autodiretta ci si riferisce a una evoluzione di tipo "post-darwiniano", in cui cioè, grazie agli sviluppi della scienza e della tecnologia, il processo evolutivo non è più determinato da mutazioni casuali (poi selezionate “naturalmente” dall'ambiente), ma da un progetto finalistico dell'Uomo.
Attualmente il nostro destino è ancora in gran parte affidato ai ciechi meccanismi dell’evoluzione per selezione naturale, meccanismi che condannano gli individui delle diverse specie – inclusi noi uomini, che in più abbiamo anche la tragica consapevolezza della nostra condizione – ad essere semplice "mezzi", anelli insignificanti, se presi singolarmente, nella catena senza fine delle nascite e delle morti, sacrificabili (anzi: strutturalmente da sacrificare) nell'economia generale del processo evolutivo. Processo evolutivo che, sotto questo profilo, appare in verità assai poco "intelligente".
Si profila ora all'orizzonte la possibilità, per l'Uomo, di sottrarsi progressivamente a questa lotteria (che alla fine non ha nessun vincitore, se non il "gene egoista"), per orientare l'intero processo evolutivo, suo proprio ma anche delle altre specie esistenti.
Certamente si tratta di un'assunzione di responsabilità senza precedenti, per il genere umano. Come Aldo Schiavone, uno dei relatori invitati al convegno, ha ben messo luce in un commento recentemente apparso su un noto quotidiano nazionale in seguito all’annuncio della creazione della prima “cellula artificiale”, <<stiamo prendendo congedo dalla naturalità dell’umano; la nostra specie sta iniziando a entrare in una dimensione determinata soltanto dai prodotti della sua intelligenza e della sua cultura. Ci stiamo congedando dalla selezione naturale – anche se la cerimonia dell’addio avrà una durata imprevedibile. Dovremo guardare in noi stessi, e decidere cosa vorremo diventare. Le basi “naturali” della nostra esistenza stanno smettendo di apparire come un presupposto immodificabile del nostro agire, per diventare soltanto un risultato storicamente determinato delle nostre scelte. La cosa più importante di tutte, ora, è non aver paura – anche se saranno in molti, e per svariate ragioni, a cercare di farcene avere. Dobbiamo essere cauti, non spaventati. Stanno per ricadere su di noi responsabilità enormi, e dobbiamo preparare le nuove generazioni ad affrontarle.>>
Ma già oltre cinquant’anni fa il biologo e genetista Julian Huxley, che è stato anche il primo direttore dell’Unesco, nel suo libro In New Bottles for New Wine ci avvertiva che <<è come se l’uomo improvvisamente fosse stato nominato amministratore della più importante tra tutte le aziende – chiamiamola l'azienda dell'evoluzione –, senza averlo chiesto, senza un congruo preavviso e senza una preparazione adeguata. Come se non bastasse, l'uomo non può rifiutare questo incarico.>>
Risvegliare il dibattito culturale su questi temi in Italia, partendo proprio dalle Università (e rilanciando il loro ruolo come promotrici di idee e cambiamento) è fondamentale. Quali sono le personalità che avete trovato più coinvolte? E quelle più oppositive?
In effetti, alla base di questo incontro di studi vi è proprio la convinzione dell'urgente necessità di discutere e comprendere l’impatto di tali sviluppi per ora all’orizzonte, e le loro conseguenze sul medio e lungo termine, proprio per non arrivare impreparati all'appuntamento che ci aspetta.
Partire dalle università, instaurare una collaborazione tra i rappresentanti del mondo accademico più aperti a questi temi e chi invece, al di fuori del mondo accademico (spesso all'interno di comunità online), di questi temi si interessa da molti anni, ci è sembrata la strategia migliore per generare interesse e promuovere la discussione.
Più in generale, è anche una questione di democrazia: è verosimile, infatti, che i cittadini saranno sempre più spesso chiamati, in futuro, ad esprimersi, direttamente o indirettamente, su questi temi sempre più cruciali, e solo la conoscenza è in grado di produrre scelte consapevoli.
Accanto agli intellettuali più aperti, tra cui figurano naturalmente i relatori del convegno, devo anche dire che negli ultimi tempi è possibile riscontrare qualche cauta apertura anche da parte di personalità tradizionalmente ostili a queste tematiche, in particolare alcuni esponenti della Chiesa Cattolica.
Ho la netta sensazione che, se sul piano bioetico e biogiuridico la Chiesa continua a mantenere ferme, al momento, le sue tradizionali posizioni bioconservatrici, sul piano antropologico e teologico stia invece preparando la strada per un aggiustamento di rotta nel medio/lungo termine. Del resto, è un fatto che, pur avendo accettato l'idea di evoluzione, alla Chiesa il darwinismo non sia mai piaciuto, e continui a non piacere.
In prospettiva è dunque ragionevole aspettarsi che, senza eccessivi salti mortali, la Chiesa finirà per abbracciare l’idea di evoluzione autodiretta: un’evoluzione informata – questa volta sì – a un “disegno intelligente”, anche se l'intelligenza in questo caso sarà direttamente quella dell'Uomo, e solo indirettamente quella di Dio (il che non dovrebbe rappresentare un grosso ostacolo, essendo comunque, secondo l’antropologia cristiana, l'Uomo fatto a immagine e somiglianza di Dio).
Sul piano filosofico si parlerà anche del contrasto apparente tra le nuove conquiste tecnologiche e i diritti umani (penso alla privacy ma ci sarebbe da dire): in che modo, ammesso che lo faccia, lo sviluppo della nostra conoscenza limiterà la nostra libertà?
In primo luogo, parto dal tuo inciso per dire che lo sviluppo della conoscenza, di per se, non può mai limitare la libertà.
Al contrario, considerato che alla base della maggior parte dei diritti umani può essere individuato un principio primo, vale a dire la libertà di azione consapevole, è evidente che la conoscenza non può far altro che ampliare i gradi di libertà disponibili all'individuo: per essere consapevole, la libertà di azione presuppone infatti necessariamente la conoscenza, e quanto più la conoscenza è profonda, tanto più la libertà d'azione è davvero consapevole.
D'altra parte, è indubbio che un uso distorto della applicazioni tecnologiche possa essere in grado di attentare o limitare le nostre libertà: questa non è certo una novità. E le possibilità di violazione della privacy, che sicuramente possono risultare moltiplicate a causa delle nuove tecnologie, non rappresentano certo l'unico rischio, né il più grave.
Ad esempio, un’interpretazione totalmente differente del principio di evoluzione autodiretta – nell’ambito di impostazioni organiciste e identitarie esasperate, secondo cui l’individuo si trova in una posizione di totale subordinazione nei confronti della propria comunità di appartenenza – potrebbe generare scenari da incubo. In particolare, a livello intra-comunitario, potremmo trovarci di fronte alla riproposizione di un sistema sociale diviso in caste, questa volta fondato su una differenziazione di tipo biologico (ovviamente secondo le direttive delle elite che sempre, in questi casi, si arrogano il diritto di “interpretare” l’oscura volontà della comunità); il che condurrebbe a una “società-alveare” in cui l’individuo passa in secondo piano e la creatività, l’autodeterminazione e l’autorealizzazione perdono di importanza a vantaggio della disciplina e dell’obbedienza.
A livello inter-comunitario, persa la consapevolezza della comune appartenenza a un’unica grande famiglia a causa della rottura traumatica dell’unità di specie, potremmo trovarci in un mondo “neotribale”, caratterizzato da numerose comunità in perenne conflitto tra loro. Per questi motivi è di assoluta importanza che questa nuova fase si accompagni alla sempre maggiore consapevolezza di quanto ci unisce oggi, e di quanto continuerà a unirci domani.
Al fine di conservare l’unità morale del genere umano, sarà dunque necessario che sia i singoli individui sia le diverse comunità si muovano in modo cauto e nella medesima direzione, e che eventuali modifiche della linea germinale - vale a dire quelle che consentono alla discendenza di ereditare caratteristiche ritenute preferibili, e di trasmetterle a sua volta - siano effettuate, e comunque mai imposte, entro determinati limiti stabiliti (non fissati una volta per tutte, ovviamente, ma modificabili nel tempo) e condivisi a livello sovranazionale.
In tal modo è ragionevole ipotizzare, insieme a James Hughes, direttore dell’ Institute for Ethics and Emerging Technologies, <<che tutti si considereranno discendenti della famiglia umana, come parti di un più ampio progetto umano>>.
Sotto questo profilo, un altro passo tratto dal già citato libro di Julian Huxley si rivela, ancora una volta, denso di significato: <<La specie umana può, se desidera, trascendere se stessa, non in maniera sporadica, un individuo qui in un modo, un individuo là in un altro modo, ma nella sua totalità, come umanità. C'è bisogno di un nome per questa nuova consapevolezza. Forse il termine transumanesimo andrà bene: l'uomo che rimane umano, ma che trascende se stesso, realizzando le nuove potenzialità della sua natura umana, per la sua natura umana.>>
Intervista e parole molte belle che rilanciano il Senso del Futuro e la scienza come umanesimo: oltre il mito della crisi atuale socioeconomica. Da rilanciare ovuunque nella tecnosfera e magari anche negli old media.
Di sicuro dovrebbe sostituire le attuali religioni prive di fondamento...
Questa si che sarebbe una "religione"...basata sulla realta' e non sulla' aspirazione al divino...
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alle 16:02
Agostino
Sono appassionato di fantascienza e questo, lasciatemelo dire, sa proprio molto di fantascienza. Per chi conosce Asimov il futuro eventuale può assomigliare a Gaia oppure a Solaria, sicuramente una prospettiva incredibilmente "altra" da quello a cui siamo abituati.
C'è da dire che tutto questo dà per scontate un sacco di cose: tanto per cominciare il cosiddetto darwinismo, che comunque rimane una teoria (spiega tante cose ma non altre; inoltre non esistono ancora prove inconfutabili di questa teoria — se esistessero non sarebbe più teoria); poi la democrazia che, lasciatemelo dire, fa scappare da ridere: ve lo immaginate un referendum per decidere le dimensioni massime degli organi genitali?
Credo che sia saggio per tutti capire che la tecnologia può aiutare e portare un grande bene, così come può incatenare l'uomo a schiavitù ben peggiori di quelle che conosciamo: è più facile ipotizzare che questo potere sia nelle mani di pochi uomini, che possono così assoggettare tutti gli altri (non è un caso che fin troppi autori di fantascienza dipingano mondi foschi, fin troppo forse).
Soprattutto la responsabilità deve guidare le scelte dell'uomo: chi non ha faticato per accumulare conoscenza potrebbe usare nozioni trovate da altri e applicarle senza le dovute cautele, senza essere veramente consapevole delle conseguenze.
La libertà di azione in questo caso va sempre sottomessa al bene di tutti e non solo alla ricerca fine a sé stessa. Ricordo un'ipotesi realistica: in ambito militare sono stati inventate le cosiddette armi batteriologiche; che cosa possono aver causato all'ambiente quei "mostri" batterici, studiati per resistere alle difese umane e assestare un duro colpo al nemico. Quale sarà il nemico alla fine?
Ciao a tutti.